A proposito di...

 

...Diritti umani e cristianesimo

7 Maggio 2015

Quale prezzo il cristianesimo paga alla dottrina dei diritti umani? Può pagarlo? Se lo paga, aggiorna o trasforma il messaggio cristiano? E i diritti umani hanno un fondamento sicuro oppure sono l'ultimo illusorio assalto al cielo dell'uomo moderno che pensa di fare da sè, prescindendo da Dio?
Dopo secoli di ostilità, durante i quali furono considerati anatema, oggi "la Chiesa, in forza del Vangelo affidatole, proclama i diritti umani", secondo l'espressione usata dal Concilio Vaticano II, e considera questa proclamazione come un "aggiornamento" del messaggio cristiano. Sul fronte opposto, i diritti umani sono considerati beni di giustizia che si possono giustificare sulla base della ragione ed esportare ovunque. Dubito di queste tesi. Penso che, accettando i diritti umani, in particolare i diritti sociali, la Chiesa abbia riveduto il suo tradizionale insegnamento che mette al centro del comportamento cristiano i doveri dell'uomo verso Dio, non i suoi diritti verso gli altri uomini. Penso anche che non esista una correlazione stretta fra doveri e diritti che giustifichi questa revisione. E penso infine che quel dialogo che, tramite i diritti umani, la Chiesa intende intrattenere con il mondo moderno sia piuttosto una mela proibita. La tesi che sostengo in questo libro è che i diritti umani appartengono più alla storia della secolarizzazione che a quella della salvezza. Essi presuppongono un'antropologia dell'uomo, una concezione della persona umana e un finalismo della storia terrena difficilmente compatibili con l'escatologia cristiana. "Chi sei tu per rispondere a Dio?": la logica dei diritti umani non arretra di fronte a questa domanda, che invece rende umile il credente. Riguardo alla giustizia concepita in termini di diritti umani, quei fenomeni sempre più lamentati che essi generano di incertezza, proliferazione, autofagia, costruzione arbitraria da parte di maggioranze parlamentari e corti supreme, insostenibilità sociale, conflittualità dovrebbero indurre tutti a ripensarla.


La Chiesa alla prova della modernita'

 

...Apologia dell'Occiente

12 Gennaio 2015


1. Perchè. Cominciamo dal perchè. Perchè difendere l'Occidente?
Perchè l'Occidente è oggi attaccato dall'esterno dal terrorismo e dal fondamentalismo di matrice islamica. Perchè l'Occidente mostra difficoltà a dare risposte ferme e a trovare la giusta linea di difesa. E perchè i principali valori che sono tipici dell'Occidente, e che sono anche i valori battesimali della sua lunga storia, sono manifestamente in crisi dentro lo stesso Occidente. Dico Occidente, ma tutti naturalmente pensiamo all'Europa. Perchè è qui, in Europa, che la crisi è più profonda.
Se dei terroristi ti fanno una strage sul tuo suolo e tu ritiri le truppe che sono in prima linea proprio contro il terrorismo, allora vuol dire che sei tu, Europa, che credi di essere la causa di quell'attacco terroristico.
Se assaltano le tue ambasciate e i tuoi consolati, bruciano le tue chiese, uccidono i tuoi fedeli cristiani, e sostieni che le vignette satiriche danesi sono andate oltre il lecito, mentre tutto è lecito quando la stessa libertà di satira viene usata contro le tue religioni, allora vuol dire che tu, Europa, ti senti responsabile di quelle violenze, e alla fine ti nascondi e ti accingi a chiedere scusa. Ancora. Se tu, Europa, vieni chiamata a difendere l'esistenza di Israele, e hai difficoltà a riconoscere quali sono le organizzazioni terroristiche, che magari tu stessa finanzi, o consideri poco più che stravaganze a fini interni le dichiarazioni di Hamas e le minacce atomiche dell'Iran, allora vuol dire che tu, Europa, non vuoi prenderti le tue responsabilità e preferisci voltare la tua testa per non vedere. E infine. Se tu vieni chiamata ad impegnarti in un programma di promozione della democrazia in tutto il Medio Oriente e rispondi che la democrazia non si esporta, allora vuol dire che tu, Europa, non hai più la consapevolezza dei tuoi princípi e valori e, mentre agiti le bandiere multicolori del pacifismo, neppure ti accorgi che è proprio contro l'interesse della pace tollerare gli intolleranti. Che cosa succede in Europa? Succede che nella cultura dell'Europa, nella sua classe politica, nel suo costume, si diffondono una sindrome di colpevolezza, una sindrome di smemoratezza, una sindrome di svogliatezza.
La sindrome di colpevolezza dice che se altri ci attaccano, allora hanno le loro ragioni e queste ragioni sono le ingiustizie da noi causate.
La sindrome di smemoratezza sostiene che noi ormai siamo laici, oppure siamo credenti "adulti", e perciò abbiamo superato la fase in cui la nostra tradizione religiosa era parte della nostra identità.
Infine, la sindrome della svogliatezza afferma che non possiamo rivendicare la nostra identità, perchè questo comporterebbe una forma di arroganza o di mancanza di rispetto verso altre culture e civiltà. Ben poche voci delle istituzioni, della politica e della cultura hanno denunciato e respinto queste tre sindromi. In Europa, oggi si vive andando avanti, e si va avanti tirando a campare. Solo un grande uomo ha avuto il coraggio di guardare in faccia questa crisi, di denunciarla e di appellarsi alle "minoranze creative", come quelle che oggi sono qui raccolte, affinchè si adoperino per superare la crisi. Quell'uomo è Benedetto XVI.
Ha scritto il cardinale Ratzinger ora Benedetto XVI:
"C'è un odio di sè dell'Occidente che è strano e che si può considerare solo come qualcosa di patologico ... della sua storia vede ormai ciò che è deprecabile e distruttivo, mentre non è più in grado di percepire ciò che è grande e puro. L'Europa ha bisogno di una nuova - certamente critica e umile - accettazione di se stessa, se vuole davvero sopravvivere" (M.Pera, J.Ratzinger, Senza Radici, Mondadori 2004, p.71).
Lo stesso Cardinale Ratzinger aveva anche scritto:
"Si diffonde l'impressione ... che il sistema di valori dell'Europa, la sua cultura e la sua fede, ciò su cui si basa la sua identità, sia giunto alla fine e anzi sia già uscito di scena... Il confronto con l'Impero Romano al tramonto si impone: esso funzionava ancora come grande cornice storica, ma in pratica viveva già di quei modelli che dovevano dissolverlo, aveva esaurito la sua energia vitale" (ivi, pp.59-60).
Sono parole allarmanti, queste, che non dovremmo criticare perchè le dice un Papa, ma che, al contrario, dovremmo considerare con attenzione proprio perchè le dice un Papa.
E allora guardiamola più in dettaglio questa crisi dell'Occidente europeo. 2. La Costituzione europea: radici e frutti Prendo fra tutti i sintomi della crisi la Costituzione europea, ora fallita. Sul fatto che nel Preambolo generale e nel Preambolo della Carta dei diritti (la seconda parte) non siano menzionate le radici cristiane del nostro Continente ci sono in giro una tesi euforica e una tesi autoconsolatoria. La tesi euforica è quella dei laicisti. Essi sostengono che quella citazione sarebbe stata contraria ai nostri Stati laici e di offesa ai molti cittadini di altre religioni o non credenti. Ma questo è un incredibile errore di chi si dice laico mentre in realtà è laicista. à l'errore di chi ha passato la soglia della tolleranza liberale, quella che ammette il libero gioco nella società di tutte le religioni, ed è scivolato nella ideologia illuminista e giacobina, quella che abolisce tutte le religioni, salvo naturalmente la religione positiva, fondata su una presunta Dea Ragione o su un acritico Dio della scienza. Noi laici - credenti o non - dobbiamo respingere questa ideologia. La dobbiamo respingere per ragioni storiche: dove sarebbe l'Europa senza Pietro e Paolo, senza Cirillo e Metodio, senza Agostino e Tommaso, senza San Benedetto e il monachesimo, senza la rivoluzione scientifica del cristiano Galileo, senza i valori - primo fra tutti la dignità della persona, in quanto immagine di Dio creatore e padre - della tradizione biblica e evangelica? Ma soprattutto noi dobbiamo respingere questa ideologia laicista perchè è falso dire che alla base dei nostri Stati liberali non ci sia un'opzione etica, è falso ritenere che la democrazia si basi solo su se stessa, è falso sostenere che la religione non contribuisca a tenere insieme la nostra società. Al contrario, la religione, oltre che una fede personale, è un legame sociale, un fattore imprescindibile della vita pubblica. Togliete la religione e avrete tolto il nostro ethos.
Togliete la religione e ci avrete privato di gran parte della nostra identità.
Togliete la religione e non riconosceremo più i nostri padri e i nostri fratelli, non avremo più guide, maestri e giudici a orientare le nostre coscienze. Falso e contraddittorio è il laicismo. Se davvero sei un liberale, non puoi negare che il primato liberale dell'individuo sullo Stato deriva dal primato della persona, nel senso introdotto dal Cristianesimo. Se sei un democratico, non puoi negare che alla base del concetto di uguaglianza dei cittadini c'è l'uguaglianza cristiana di tutti gli uomini, perchè tutti, senza distinzioni, figli di Dio. E naturalmente se sei un autentico conservatore, non puoi negare che la prima cosa da conservare sia proprio la nostra tradizione, quella che ci dà la nostra identità. Puoi essere un non credente, naturalmente. Ma allora hai due strade davanti a te: o quella minima del "perchè non possiamo non dirci cristiani" oppure quella più impegnativa del "perchè dobbiamo dirci cristiani", cioè perchè dobbiamo riconoscerci tutti figli della stessa storia, e perciò tutti impegnati ad affermarla, difenderla e promuoverla. A differenza della tesi euforica dei laicisti, la tesi autoconsolatoria dei cristiani cosiddetti "adulti" dice che la mancata menzione delle radici cristiane nel Preambolo della Costrituzione europea non comporta alcun danno. Importante - essi sostengono - non è il Preambolo, che non menziona il cristianesimo, importanti sono i contenuti degli articoli, che invece ne recepiscono i contenuti essenziali. I più cinici fra questi cristiani adulti si spingono fino al punto di dire che i credenti non dovrebbero lamentarsi, perchè le Chiese hanno visti dall'art.I-52 della Costituzione europea riconosciuti e salvaguardati i regimi concordatari di cui godono in alcuni paesi. Lasciamo i cinici al loro destino cinico e vediamo gli articoli supposti cristiani della Costituzione. Prendiamo l'art.II-69. Esso dice:
"Il diritto di sposarsi e il diritto di costituire una famiglia sono garantiti secondo le leggi nazionali che ne disciplinano l'esercizio".
Che cosa vuol dire? A prima vista, l'articolo è ridondante, perchè il diritto di sposarsi sembra lo stesso che il diritto di costituire una famiglia. Possibile che i Padri della Costituzione non sappiano esprimersi correttamente nelle loro lingue? Non è possibile. E allora, l'articolo va preso alla lettera: ci sono due diritti, uno di sposarsi e uno di costituire una famiglia. Ora, concesso che il diritto di costituire una famiglia si riferisca alla famiglia eterosessuale quale da millenni conosciamo e dunque anche al diritto di avere figli, a che cosa si riferisce il diritto di sposarsi? Sposarsi chi con chi? Sposarsi anche tra omosessuali? Sembra di sí. Ma, se è cosí, si può dire, come dicono i cristiani adulti e retori della cristianità intrinseca della Costituzione europea, che le unioni omosessuali sono un omaggio al cristianesimo? No, non si può dire. Quelle unioni, in realtà, sono una ferita al cristianesimo e alla nostra tradizione. E dunque quell'articolo della Costituzione europea non ha un contenuto cristiano. Proviamo allora con un altro articolo. Prendiamo il II-63. Esso dice:
"Nell'àmbito della medicina e della biologia devono essere in particolare rispettati ... d) il divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani".
Eccellente, e davvero consolatorio! I Padri Costituenti ci assicurano che non faremo la fine della pecora Dolly. Ma nell'ambito della clonazione non riproduttiva, cioè quella terapeutica, che cosa dice quell'articolo? Non dice nulla. Ma se non dice nulla, allora dice che la clonazione terapeutica è lecita, dunque dice che non ci sono ostacoli giuridici alla sperimentazione scientifica.
Domanda: anche se con gli esperimenti si dovessero sacrificare embrioni e forse feti? Sí. Anche a costo di considerare la vita e la persona umana solo come strumenti per un fine, come "cose" utili per conseguire altri beni utili? Sí.
E allora non ci resta che concludere che neanche questo articolo recepisce contenuti cristiani.
Mi si obietterà che altri articoli della Costituzione europea hanno senso diverso. L'art.II-84, ad esempio, dice: "I minori hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie per il loro benessere".
E l'art. II-85 dice:
"L'Unione riconosce e rispetta il diritto degli anziani di condurre una vita dignitosa e indipendente e di partecipare alla vita sociale e culturale".
Queste sono cose buone. Ma com'è, allora, che in Europa si teorizzano e praticano l'eutanasia e l'eugenetica? Com'è che la Costituzione europea non le proibisce esplicitamente? Forse perchè la vita degli anziani non è più vita se non è "indipendente"? Forse perchè la vita dei nascituri o dei neonati non è degna di tutela se essi non possono averne una di qualità? La conclusione è che su questioni fondamentali come il matrimonio e la vita, i giovani e gli anziani, la Costituzione europea non recepisce affatto valori cristiani. Si abbia allora il coraggio di dire, senza farci rinchiudere in una gabbia di retorica, reticenza, astuzia, che la Costituzione europea, quella di cui, come dei morti, non si può parlare se non bene, è essenzialmente una Costituzione laicista, perchè non solo non menziona il cristianesimo nel Preambolo, ma se ne dimentica anche negli articoli. Quella Costituzione non ha radici cristiane e, non avendole, non dà frutti cristiani. Questa è - dispiegata in belle lettere costituzionali - la crisi dell'Europa. Questa è la ragione per cui l'Europa, anche se attaccata, non si difende. L'Europa sta perdendo la sua anima. Esattamente come è scritto nel nostro Manifesto, l'Europa "nasconde e nega la propria identità". Contro questa tendenza, noi che siamo probabilmente "minoranze intellettualmente creative", ma che altrettanto probabilmente siamo anche interpreti di "maggioranze silenziosamente consapevoli", dobbiamo reagire. Non possiamo limitarci alla sola denuncia. 3. Contro relativismo e multiculturalismo Contro la crisi dell'Occidente e soprattutto dell'Europa, il nostro Manifesto avanza dei rimedi. Noi rivendichiamo il diritto alla vita e la sua tutela dal concepimento alla morte naturale. Sappiamo delle tragedie personali e familiari, sappiamo della drammaticità di certe scelte. Per questo non chiediamo l'abolizione della legge sull'aborto. Chiediamo però che non si dica che si tratta di una "conquista sociale" o di un "diritto di civiltà". Chiediamo che non si dica che la soppressione di un feto non sia l'eliminazione di una persona. Chiediamo che non si sostenga, con spensierato scientismo, che prima del quattordicesimo giorno non c'è nè individuo nè persona. Noi difendiamo la famiglia come "società naturale fondata sul matrimonio", esattamente come è scritto nella nostra Costituzione, e non intendiamo equipararla a qualsiasi altra forma di unione e legame, comunque verbalmente formulato. Siamo contro le unioni omosessuali, non perchè discriminiamo le persone in base alle loro tendenze sessuali, ma perchè riteniamo che il divieto delle forme matrimoniali o paramatrimoniali delle unioni omosessuali non sia una discriminazione, ma un saggia misura per evitare danni sociali, soprattutto ai figli. Noi difendiamo la libertà religiosa, per chi aderisce alla confessione cristiana, per chi ne professa altre, per chi non crede. Perchè la libertà religiosa è una forma fondamentale e universale della intangibile libertà di coscienza, che nessuna società e nessun Stato possono comprimere. Noi sosteniamo il diritto alla libertà di educazione. Se l'educazione è un bene pubblico, non può essere garantita soltanto da scuole statali. La pluralità dell'educazione è una fonte di ricchezza per tutti. Noi sosteniamo la sussidiarietà, perchè è un sano principio cristiano e liberale, che esalta il primato della persona, non la rende suddita dello Stato, e le consente di sviluppare tutte le sue potenzialità. Ma, soprattutto, noi sosteniamo la universalità dei nostri valori. Siamo fermamente convinti che la dignità della persona, il rispetto per la vita, l'uguaglianza degli uomini, la parità fra uomo e donna, la tolleranza per gli stili di vita, il rispetto di tutti - dico tutti - gli interlocutori siano princípi che non riguardano solo noi, o beni di cui dobbiamo godere solo noi, o privilegi che competano solo a noi. Essi valgono per noi come per gli altri. Per questo, quando ci rivolgiamo agli altri, chiediamo reciprocità. Non perchè dobbiamo proibire le moschee se altri proibisce le chiese e le sinagoghe: questa sarebbe ritorsione, ed è contro i nostri princípi. Al contrario, perchè, come noi consentiamo moschee, altri, reciprocamente, debba consentire chiese e sinagoghe. E finchè non lo consenta, continueremo a chiederlo.
Per questo noi siamo contro il relativismo e le politiche che ne conseguono. Il relativismo è una grave malattia culturale che, come un fiume carsico, attraversa la storia del pensiero occidentale, da Gorgia alla filosofia "postmoderna".
E' una malattia perchè nega che ci sia qualche fondamento o giustificazione o base per le nostre scelte.
E' una malattia perchè fa dei nostri valori, comprese la libertà e la democrazia, accidenti storici buoni oggi e qui ma non più buoni domani e altrove.
E' una malattia perchè chi professa il relativismo crede di essere con ciò tollerante e democratico, e invece è cosí dogmatico da negare i fatti, anche il fatto che gli uomini preferiscono la libertà alla tirannide, le donne preferiscono avere gli stessi diritti degli uomini, tutti preferiscono la libertà di espressione, di coscienza, di religione, tutti amano l'uguaglianza e non le discriminazioni.
Infine, il relativismo è una malattia perchè ci lascia senza parole di fronte a chi ci critica o ci denigra o ci attacca. Se uno stile di vita o una cultura vale l'altra, perchè l'una e l'altra, per il sol fatto di essere culture, hanno la stessa dignità etica, come possiamo difenderci? Si dice: noi non dobbiamo difenderci, dobbiamo dialogare. Ma cosa significa dialogare? Dialogare non è intrattenere una conversazione, dialogare non è chiacchierare. Dialogare è cercare di convincersi l'un l'altro o arricchirsi l'uno della concezione dell'altro. Ma come possiamo convincere un altro se non siamo convinti di noi stessi? Come possiamo affermare un principio se non lo consideriamo valido anche per l'altro?
Proprio nel dialogo con l'altro, questo pensiero relativista ha prodotto una politica sbagliata: il multiculturalismo. Che il primo sia padre del secondo non c'è dubbio. Se tutte le nostre convinzioni sono relative, allora tutte le comunità devono essere tollerate, non solo quelle che hanno concezioni simili alle nostre, non solo quelle che ne hanno di diverse, anche quelle che ne hanno di opposte e ostili. Alla fine, dovremmo tollerare anche quelle comunità che violassero i diritti e i valori riconosciuti nella nostra società, ad esempio la parità uomo-donna, il rispetto dei bambini, o la dignità della persona. Di fronte a queste violazioni non potremmo dire niente. E infatti poco o niente dice l'Europa, con la conseguenza che il multiculturalismo sta producendo "società arcobaleno", in cui ogni comunità tende a vivere separatamente, fino al punto che la separatezza, soprattutto per gli svantaggiati, crea divisioni, ghetti e tensioni sociali. O fino al punto - come già si sente dire e richiedere - che in certe città o zone dovrebbero valere leggi diverse dalle nostre, ad esempio la legge coranica anzichè quelle dello Stato di diritto. C'è un modo non multiculturalista di affrontare il problema del confronto fra le culture? Detto in termini politici attuali, c'è un modo non multiculturalista, che di fatto è già fallito, per affrontare il problema della integrazione degli immigrati? Questo è il momento di rispondere alle obiezioni dei nostri critici. In particolare una, la più odiosa che ci sia stata mossa: quella di essere razzisti.
4. L'Europa, l'immigrazione e l'Islam Di Islam nel nostro Manifesto non si parla. Si parla di integrazione. Siamo forse diventati politicamente corretti? Stiamo nascondendo la testa sotto la sabbia? No. Noi riteniamo che il fondamentalismo islamico sia un pericolo e che il terrorismo che si fa scudo della religione dell'Islam sia un rischio mortale. Contro questo rischio e questo pericolo noi dobbiamo usare tutte le armi - culturali, diplomatiche, politiche, negoziali, economiche, dell'informazione - e, se i terroristi usano le armi della violenza, allora, ove ci fossimo da essi costretti, anche il Compendio del Catechismo della Chiesa cattolica viene in nostro soccorso. L'arma più importante e più efficace resta però quella della cultura. Nelle relazioni internazionali, questa è l'arma della richiesta della reciprocità rispetto ai nostri diritti. All'interno dell'Europa, è l'arma dell'integrazione. Ma integrare come? Noi diciamo mediante la accettazione e la condivisione da parte degli immigrati dei nostri princípi e dei nostri valori, quelli garantiti dalla nostra Costituzione e dalle altre Carte, europee e internazionali. Quando si tratti di rispetto di princípi e valori fondamentali, dunque, niente separatezza, niente autonomia, niente tolleranza. Siccome questi sono beni di tutti, essi devono essere rispettati da tutti. Ma, ci si può chiedere, in questo richiamo ai "nostri" princípi e valori non c'è una forma di razzismo? Tutto il contrario. Perchè noi, grazie alla nostra tradizione giudaico-cristiana e alla sua evoluzione, crediamo che tutti gli uomini siano ugualmente persone; e perchè noi abbiamo stabilito che essi abbiano tutti gli stessi diritti. In noi non c'è razzismo, perchè noi non siamo interessati alle razze umane, a noi stanno a cuore i diritti umani. Si obietterà ancora: richiamandoti ai "nostri" principi, non alimenti forse una distinzione fra civiltà e perciò non ne favorisci uno scontro? Rispondo: no, noi ci richiamiamo ai nostri princípi proprio per evitare lo scontro di civiltà. Ma naturalmente abbiamo occhi per vedere e leggere. Lo scontro di civiltà di cui si parla è oggi quella "guerra santa" che ci è stata dichiarata nel modo più tragico a partire dall'11 settembre 2001, perchè, secondo chi ce l'ha dichiarata, noi saremmo colpevoli di essere "giudei e crociati", cioè ebrei e cristiani. Possiamo ignorarlo questo fatto? Non possiamo. E allora dobbiamo cominciare col dire che, sí, siamo ebrei e cristiani, sí, ne siamo consapevoli e vogliamo esserlo, sí, come ebrei e cristiani abbiamo messo in piedi, dopo tanti errori e orrori, dalla guerre di religione all'Olocausto, una civiltà che è la migliore fra quante abbiamo attraversato, perchè è la più aperta, la più disponibile, la più ospitale, la più universale. Dunque, noi vogliamo evitare lo scontro. Ma se questo scontro esiste e se è contro di noi, allora noi dobbiamo vincerlo, perchè o vinciamo la guerra che ci è stata dichiarata oppure la nostra civiltà scomparirà. Non è l'Islam in sè il nostro problema, non sono gli uomini e le donne che professano la religione dell'Islam a preoccuparci, non è il confronto con le culture che ci reca timori. Ciò che ci preoccupa, qui in Europa, è l'indifferenza che vediamo, la cattiva tolleranza che pratichiamo, la scarsa convinzione di noi che abbiamo, il timore che nutriamo, la paura che mostriamo, e la resa a cui infine ci apprestiamo. Ciò che ci preoccupa è sentir sempre parlare di diritti delle minoranze e quasi mai di diritti della maggioranza. Ripeto: il nostro nemico non è l'Islam. Il nostro vero nemico è la nostra incapacità a reagire a coloro che, facendo dell'Islam uno strumento, decidono di aggredirci nei nostri princípi e valori più cari. L'Islam, come qualunque altra religione che abbia convinzione di sè e volontà di proselitismo, è un rischio solo se l'Europa si arrende al buonismo, all'indifferentismo, al relativismo, al multiculturalismo, al pacifismo. L'Islam è un rischio se perdiamo la nostra identità, se decidiamo di non averne una, o, il che è lo stesso, se - come è scritto nel programma elettorale dell'Unione - accettiamo l'idea di una "identità in divenire". 5. Opposte visioni del mondo Sono alle ultime battute. Questo riferimento che ho fatto al programma dell'Unione dice che siamo vicini alle elezioni. Il nostro Manifesto non è un manifesto elettorale, non è nato durante la campagna elettorale e non si esaurirà il giorno delle elezioni. Ma poichè è stato sottoscritto da tanti candidati e dal premier Berlusconi, poichè contiene tanti impegni politici, poichè prende posizione su tante questioni politiche, esso dice qualcosa anche per le elezioni prossime. Personalmente, sono candidato di Forza Italia in Emilia, Toscana, Piemonte. Ma altri qui e fra gli aderenti al Manifesto per l'Occidente sono candidati in altri partiti della Casa delle Libertà e stanno facendo campagna elettorale dicendo le stesse cose che dico io. Di ciò c'è una ragione profonda. Nel programma elettorale della Casa delle Libertà, proprio all'inizio, c'è un punto in piena consonanza col nostro Manifesto. Lí si dice che nel 2006 alla libertà "si deve aggiungere un altro valore complementare alla libertà, la sicurezza della nostra identità". Questo concetto di identità è ripetuto quattro volte nella stessa pagina. E ad esso si aggiunge un appello alla "difesa delle radici giudaico-cristiane e a contrasto di ogni fondamentalismo", per poi concludere:
┬«Questo è il cuore del nostro programma. Questo è il centro strategico del nostro disegno tanto sul lato politico quanto sul lato economico, tanto in Italia, quanto in Europa: la difesa dei valori religiosi e dei princípi morali, la difesa della famiglia e delle nostre radici, l'impegno a rispettare la nostra civiltà da parte di chi entra┬».
Se questi concetti erano assenti nel programma del 2001, significa che la Casa delle Libertà ha compreso ciò che è cambiato in questi cinque anni. E se questi concetti non sono presenti nel programma del 2006 dell'Unione, significa che essa non ha capito, o che ha capito diversamente da noi.
Lí, in quel programma dell'Unione, si parla di unioni di fatto, a definire le quali - è scritto - "non è dirimente il genere dei conviventi nè il loro orientamento sessuale". Lí si parla di "diritto di elettorato amministrativo, attivo e passivo" per gli immigrati e di "diritto di voto a livello locale agli stranieri dotati di un regolare titolo di soggiorno di lunga durata". Lí, insomma, si parla di "nuovi diritti", anche se vanno a detrimento dei vecchi, e si parla di diritti delle minoranze, senza curarsi di quelli della maggioranza del popolo italiano. E poi c'è quello che ... non c'è. Nel programma dell'Unione e nel dibattito fra le forze che la compongono non c'è riferimento ad un'Europa identitaria, non alle nostre radici cristiane, non al diritto alla vita, non alla sussidiarietà, non alla pluralità dell'educazione. C'è invece, tra quelle forze, una tracotante protesta contro la Chiesa e il Papa, una ideologica chiusura verso le scuole cattoliche, un'idea di Europa angelica e senza responsabilità, una tendenza a distaccare l'Europa dall'America, e anche - come è scritto - "un segnale forte di discontinuità sia al popolo iracheno sia alla comunità internazionale", senza curarsi nè del popolo iracheno nè del nostro interesse nazionale. Non sono mancati neppure coloro che hanno scandito slogan come "10, 100, 1000 Nassyria", in spregio al nostro Paese e ai nostri valorosi militari.
Ecco perchè io non accetto il programma dell'Unione. Perchè voglio la mia identità. Voglio la mia tradizione. Voglio la mia cultura. Voglio la mia storia. Lo voglio, tutto questo, non perchè sono tracotante o arrogante o oppressore. Lo voglio non perchè non rispetto gli altri. Lo voglio perchè rispetto me stesso. Lo voglio perchè se nel mio Paese, nella mia Europa, si aggrava ancora di più la crisi spirituale e morale che stiamo attraversando, allora il mio futuro sarà perduto.
Noi già il 9 aprile quel futuro eviteremo di perderlo. Abbiamo capito che la discriminante fra noi e i nostri oppositori politici della sinistra è, come ha scritto il presidente Berlusconi a Isabella Bertolini, "lo scontro fra due opposte visioni del mondo". Abbiamo capito la posta in gioco. E siccome abbiamo capito, intendiamo vincerla, quella posta, per noi, per i nostri figli, per l'Europa, per l'Occidente.

(Discorso proninciato a Bologna il 2/4/2006)

 

...Se il premier lascia la rivoluzione a metà finisce come noi

28 Ottobre 2014

Davvero bella questa immagine coniata da Renzi di una Camusso che cerca di infilare un gettone nell' i-phone e di un Fassina allo zoo che, essendo anch'egli impegnato nella stessa operazione, infine si arrende e chiede al nipotino come funziona quell'aggeggio.(continua...)

 

...Giovanni Falcone, servitore di questo Stato

23 Maggio 2014

Se vogliamo davvero ricordare Giovanni Falcone, non possiamo limitarci alla dimensione della sola memoria. Dobbiamo fare di più. Dobbiamo dare un senso alla sua vita, al suo lavoro, al suo sacrificio. Perchè un uomo vive ancora se la sua opera continua a dare a noi una guida, un aiuto, un esempio. E nessun uomo muore mai definitivamente fino a che si pone come punto di riferimento delle nostre discussioni e azioni. (continua)

 

...Riforma del Senato della repubblica

3 Aprile 2014

"Ho l'impressione che ci sia una forma di
incertezza sulla natura, sulla figura, sul ruolo del Senato".
Ai microfoni di Radio Vaticana l'ex presidente del Senato
Marcello Pera boccia la riforma proposta dal Governo Renzi. "Le
competenze che gli vengono lasciate - denuncia - non sono ben
definite, non si sa bene che cosa questi senatori devono fare".
Nella proposta "c'e' un po' di demagogia e di populismo" frutto della famosa "disputa contro la cosiddetta casta".
Tra l'altro, "chi non e'
retribuito o chi da un lontano comune d'Italia viene a Roma,non attribuisce grande ruolo e grande peso alla funzione che svolge".
"Quindi - sottolinea - c'e' anche una questione che riguarda la dignita' del senatore, ma al tempo stesso il ruolo che gioca".

 

    INIZIATIVE

  • Il Presidente Pera a Lucca
  • 15 Dicembre 2014

    Il Presidente Pera partecipa alla presentazione del libro di Valdo Spini "La buona politica. Da Machiavelli alla Terza Repubblica:riflessioni di un socialista" presso l'Auditorium della Fondazione della Banca del Monte.

    ATTIVITÀ INTERNAZIONALI

  • Il sen. Pera a Washington DC
  • 26 Gennaio 2011

    How Necessary Is Christianity to European Identity?

    Once the heart of Christendom, Europe now is increasingly a secularist culture. While many states retain Christian symbols on their flags and official sports team uniforms, and references to Christian beliefs remain in some constitutions, many Europeans are leaving the religion. Earlier this decade, in considering the ratification of a European constitution (an effort that ultimately failed), the EU omitted from the preamble any historical reference to Europe's Christian roots, though it duly noted its ancient Greek and Roman heritage.



    Recently, the question of European identity has been brought into sharp focus over issues of Muslim immigration and integration. This fall, German Chancellor Angela Merkel asserted that the "multikulti" concept where people would "live side-by-side" happily was not working, and immigrants needed to do more to integrate. This followed initiatives to ban some symbols of Islam, such as minarets in Switzerland and burkas in France, as well as gains at the polls by anti-immigration parties throughout the Continent. How necessary to European identity is its Christian heritage? Do these developments indicate a trend toward reclaiming Europe's Christian identity? How might Christianity be relevant to Europe's future?



    Marcello Pera, an Italian philosopher, Senator, and former President of the Italian Senate, is a Visiting Fellow at Hudson Institute. At Hudson, he is writing a book entitled Science and Religion, Politics and Faith: On the Origins and Foundations of Secularism. This volume follows his 2008 book, Perchè dobbiamo dirci cristiani: Il liberalismo, l'Europa, l'etica (Why We Should Call Ourselves Christians: Liberalism, Europe, and Ethics), which includes an introduction by Pope Benedict XVI.



    George Weigel is a Distinguished Senior Fellow and William E. Simon Chair in Catholic Studies at the Ethics and Public Policy Center. He is a Catholic theologian and one of America's leading public intellectuals. Weigel's most recent book is The End and the Beginning: Pope John Paul II The Victory of Freedom, the Last Years, the Legacy, which chronicles John Paul's decades-long struggle with communism and recounts the tumultuous last years of John Paul's life.



    Hudson Senior Fellow and Director of the Center for Religious Freedom Nina Shea will introduce and moderate the event.



    This event will be streamed live on Hudson's website: www.hudson.org/WatchLive.



    Please RSVP to events@hudson.org with "Europe" in the subject line.





    Betsy and Walter Stern Conference Center

    Hudson Institute

    1015 15th Street, NW

    Sixth Floor

    Washington, DC 20005

 

Articoli e interviste

Bisognerebbe ricominciare da capo con una Costituente
23 Maggio 2015

di Goffredo Pistelli su Italia Oggi

Chi è eletto dovrebbe contrattare, condividere, discutere. Mai decidere e poi fare. (continua)

Stampa internazionale

Israel: A Normal Country
10 Luglio 2010

by Wall Street Journal

Hostility to the Jews has been a stain on the Western world's honor for centuries.

The following statement has been signed by Jose Maria Aznar, David Trimble, John R. Bolton, Alejandro Toledo, Marcello Pera, Andrew Roberts, Fiamma Nirenstein, George Weigel, Robert F. Agostinelli and Carlos Bustelo.

Israel is a Western democracy and a normal country. Nonetheless, Israel has faced abnormal circumstances since its inception. In fact, Israel is the only Western democracy whose existence has been questioned by force, and whose legitimacy is still being questioned independently of its actions...

Comunicati

LAVORO: PERA, NON E' UNA RIFORMA, E' 'ACQUA TRIACALE'
31 Maggio 2012

"Questa non e' una riforma, e'
cultura di concertazione Cgil''. Cosi' Marcello Pera, durante le
dichiarazioni di voto in Senato sul ddl lavoro, ha motivato la
propria astensione, in dissenso dal suo gruppo.
Pera ha poi citato un aneddoto di quando era studente
universitario di filosofia, e con i colleghi sosteneva delle
tesi poco argomentate con il loro professore: ''questi
rispondeva dicendo 'interessante, mi ricorda l'acqua triacale'.
Al che - ha raccontato Pera - noi cadevamo nel tranello e
chiedevamo cosa fosse questa 'acqua triacale'. Al che il nostro
professore rispondeva 'l'acqua triacale e' quella che non fa
bene e non fa male''.
''Ecco - ha concluso Pera - questa riforma e' come l'acqua
triacale. Quello che mi dispiace e' che, fatta questa riforma,
per decenni non se ne fara' piu' alcun altra''.

Discorsi

Unde venis, Europa?
3 Febbraio 2010

Parlamento Europeo
Working Group on Human Dignity

1. La questione dell'anima

Sono passati quasi venti anni da quando l'allora presidente della Commissione europea Jacques Delors dichiarò che l'unificazione dell'Europa non può essere solo una questione economica e lanciò la sfida di "dare un'anima all'Europa". Durante questo periodo quell'idea che fu ripresa dal presidente Prodi e da altri politici di alto profilo ha prodotto una delle industrie culturali europee più fiorenti. Il fatturato, in termini di incontri, dibattiti, convegni, libri, saggi, discorsi, iniziative, è stato impressionante. Ma il bilancio netto è, a voler essere onesti, deludente: la situazione oggi non è diversa da quella di allora. Se le profezie valessero anche in politica, poichè Delors fissò un termine di dieci anni, si dovrebbe concludere che abbiamo perduto la partita sia di andata che di ritorno. Naturalmente, è vero che il campionato è lungo, ma è anche vero che il gioco della squadra non lascia ben sperare...